La lettera d’amore di Franz Kafka a Felice Bauer

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    Questa è una lettera d’amore molto particolare, perché è stata scritta da Franz Kafka a Felice Bauer. Il loro è un amore storico, di cui restano davvero delle bellissime tracce letterarie. La storia tra Kafka e la Bauer dura cinque anni tra fidanzamenti, rotture e addii. Tutto si svolge all’inizio del secolo scorso (1912), in un periodo di guerra molto caldo. Nonostante la situazione e la tradizione culturale, la loro è una storia come tante, di due giovani che devono superare le difficoltà della vita per far trionfare il loro sentimento. Purtroppo non ci riescono e nel 1917 si lasciano definitivamente. Vi passo però una lettera di Kafla, leggetela con attenzione, e magari date un’occhiata anche a quella di Beethoven.

    Siamo dunque alla fine, Felice, con codesto silenzio mi congedi e tronchi la mia speranza nell’unica felicità che mi sia possibile su questa terra. Ma perché codesto terribile silenzio, perché nessuna parola schietta, perché ti tormenti da settimane per me, visibilmente, in modo così evidente? Questa non è più compassione da parte tua, perché se fossi per te l’uomo più estraneo, avresti pur dovuto vedere quanto soffro di questa incertezza, al punto che talvolta perdo il lume della ragione, e non può essere compassione quella che termina con tale silenzio.

    La natura procede per la sua strada, non c’è rimedio, quanto più ti conoscevo, tanto più ti amavo, quanto più conoscevi me, tanto più ti sono diventato insopportabile. Lo avessi almeno intuito, avessi parlato apertamente, non avessi aspettato tanto fino a trovarti nell’impossibilità di farlo, fino a non poter trovare più modo di scrivermi una sola parola da un viaggio di cinque giorni, di rispondermi con un solo rigo a lettere con le quali ti chiedevo una decisione, a consolarmi in qualche maniera nella mia sventura di non aver saputo nulla di te in tanto tempo. Ancora ieri, quando ti ho chiamata al telefono e riuscivo a capire pochissimo perché dalla felicità di sentire la tua voce troppo mi ronzavano le orecchie, mi hai detto che avevi scritto domenica sera e al più tardi oggi martedì avrei ricevuto la lettera a casa mia.

    No, non c’è nulla, tu non hai scritto domenica e nemmeno lunedì dopo la telefonata, non puoi scrivere, ma non puoi neanche dire che non puoi scrivere. Ora se penso che l’unica cosa tua; autonoma, personale che avevi da dirmi ieri è stata la domanda: “Come stai?”, il mio cervello si sfascia. Così non posso più vivere.

    Probabilmente non devo più esortarti a farlo, ma ciò nonostante ti prego espressamente, non scrivermi più, non una parola, fa come ti detta il cuore. Anch’io non scriverò, non sentirai più rimproveri, non sarai più disturbata, ti prego soltanto di ricordare che, per quanto lungo sia il tempo del tuo silenzio, io ti appartengo alla più sommessa ma vera chiamata, oggi come sempre.

    Franz