Fine di una storia, perché si sta male?

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    Quando finisce una storia si sta male, si soffre. Si crea un vuoto dentro che sembra di aver perso per sempre una parte di sé, quella con cui guardavamo la vita sorridendo. Ovviamente non è per tutti così, c’è chi è più predisposta al dolore, chi è più sensibile. Una cosa è certa il dolore è reale perché le aree cerebrali che si attivano se non veniamo corrisposti sono le stesse accese quando proviamo un dolore fisico. Lo dimostra una ricerca, pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, condotta dalla psicologa californiana Naomi Eisenberger su 122 volontari.

    L’amore è stato passato al microscopio. I partecipante che hanno preso parte alla ricerca dovevano sottoporsi a una simulazione di rifiuto sociale. Quando la persona era respinta, la risonanza magnetica funzionale mostrava l’accensione della corteccia cingolata anteriore e dell’insula anteriore sinistra, le aree dove risiede la componente affettiva del dolore fisico, che si attivano quando ci facciamo male o abbiamo un fastidio costante.

    La psicologa ha dimostrato che c’è chi è geneticamente predisposto a soffrire di più. Studiando i suoi volontari si è accorta che una variante del gene per un recettore degli oppioidi si associava invariabilmente a una tendenza a patire di più il rifiuto sociale. Insomma, non abbiamo tutti la stessa sensibilità e siamo in grado di ricominciare.

    «Quando amiamo, si attivano tutte le aree cerebrali “sociali”, cioè l’80% del cervello. Intervenire dall’esterno su un’emozione così complessa rischia di provocare effetti imprevedibili» ha raccontato la psichiatra.